UN NUOVO NOME PER IL CONSERVATORIO DI COMO

 



Fin dai suoi primi anni di vita, mi è capitato spesso di chiedermi perché il Conservatorio di Musica di Stato della nostra città avesse mantenuto pressoché automaticamente l'intitolazione che era del glorioso Istituto milanese dal quale era nato per filiazione. Ricordo giusto un tentativo di discussione, credo (ma non vorrei sbagliare) ai tempi dell’ottenimento dell’autonomia istituzionale, presto concluso con un nulla di fatto. Poi, più nulla.

Oggi la stampa cittadina, a margine di una bella intervista di Alessio Brunialti al neo eletto direttore Walter Roccaro, annuncia l’intenzione del presidente dell’ateneo musicale Alberto Dubini e del direttore uscente Vittorio Zago di tornare sull’argomento intitolazione, affiancando ai pareri che verranno raccolti nel collegio docenti accademico un sondaggio popolare: scelta graditissima, purché non scada nel bailamme tipico della nostra società comunicativa. Vale la pena dunque fare una riflessione.

Nella storia degli oltre sessanta Conservatori distribuiti lungo tutto il territorio nazionale, particolarmente quelli che afferiscono a città di medie o piccole dimensioni, la scelta dell'intitolazione si è sovente dibattuta fra dare all’istituto di alta cultura musicale una sorta di richiamo internazionale facendo riferimento a nomi fra i più grandi della storia della musica italiana, (senza che necessariamente ci fosse un concreto legame fra personaggio e città), piuttosto che dar valore a figure musicali che, oltre allo spessore artistico, avevano onorato con la loro presenza il territorio. 

Troviamo quindi da una parte il Vivaldi di Alessandria, il Monteverdi di Bolzano, il Palestrina di Cagliari, il Puccini della Spezia ma anche il Toscanini di Ribera (AG); dall’altra, il Cimarosa di Avellino, il Bellini di Catania, il Monteverdi di Cremona, il Ghedini di Cuneo, il Frescobaldi di Ferrara, il Giordano di Foggia , arrivando anche - senza mancare di rispetto alla memoria dei dedicatari - a specificità onorevoli ma da Carneade manzoniana come per Nicola Sala, Giovanni Lettimi, Antonio Scontrino o Giulio Briccialdi.

Como, da questo punto di vista, potrebbe avere una scelta vastissima. Non da oggi chiamo il Lario “il più musicale dei laghi” con riferimento alle decine di compositori e esecutori di fama mondiale che, particolarmente dal primo Ottocento, l’hanno onorato con la loro presenza, spesso ripetuta e prolungata: gli Abbado, Bazzini, Bellini, Benedetti Michelangeli, Boito, i Bossi, Bottesini, Braga, Brahms, Von Bulow, Caikovskij, Cimarosa, Donizetti, Giordano, Glinka, Gomes, Grieg, Leoncavallo, Liszt, Malipiero, Mascagni, Massenet, Felix e Fanny Mendelssohn, Paganini, la Pasta, Perosi, Ponchielli, Puccini, Rachmaninov, Ranzato, Ricci, i Ricordi, Rossini, Rubinstein, Rusca, gli Schnabel, Clara Schumann, Toscanini, Tosti, Verdi, Wagner (di sfuggita)… Senza parlare delle molte altre glorie locali, dagli Artaria a Terraneo o Picchi solo per citare, e delle centinaia di esecutori che allungherebbero non poco l’elenco (e potrebbero rischiare di alimentare il potenziale bailamme di cui sopra...).

Credo dunque che una scelta veramente oculata e mirata debba essere proporzionata fra l’effettivo rilievo nazionale e internazionale della figura dedicataria della nuova intitolazione del Conservatorio di Musica di Como e una reale, incisiva presenza del personaggio nella storia e vita musicale della città.

Da questo punto di vista, se non si vorrà rientrare nella categoria del “grande a prescindere”, un posto privilegiato (che risulterebbe a mio parere vincente e voterei a occhi chiusi) merita la figura di Marco Enrico Bossi.

Organista di fama mondiale ma non solo: compositore; direttore di Conservatorio a Venezia, Bologna, Roma; direttore artistico e propugnatore della rinascita della musica strumentale italiana di fine Ottocento (quella musica pura di cui ho avuto modo di scrivere in una recente pubblicazione) come creatore nel 1888 del Club Musicale che porterà per novant’anni a Como nel Ridotto del Teatro Sociale e al Carducci i più grandi solisti e cameristi (lo stesso fece a Bologna e Venezia); riformatore in senso moderno degli organi della Cattedrale di Como e progettista dell’organo “laico” del Carducci; comasco d’affetti e presenza, nella villa di Breccia il cui padiglione della musica ospitava un grancoda e un organo da studio commissionato al Mascioni varesini; insomma, fautore e concreto promotore lungo tutta la vita di atti mirati a proiettare Como e la musica a Como nella dimensione europea che meritava e di fatto esercitava agli occhi dei musicisti del mondo.

Tutto ciò detto, convinto della bontà dell’iniziativa del nostro Conservatorio e di ogni futura intenzione da parte dell’ateneo musicale cittadino di ampliare sempre più la missione con la quale già fa conoscere, divulga e approfondisce a fianco della musica universale la storia musicale cittadina e del territorio, di spessore grande se non unico e mai abbastanza valorizzata.

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